Io e quel Cane

Alcuni anni fa, in una delle mie escursioni in Umbria, ho portato con me la mia famiglia.

Questa è una storia vera e non un’allegoria, come spesso è nel mio solito.

Il perché vi stia raccontando questa esperienza sarà più chiaro nel finale.

Ferentillo, luogo in cui alloggiammo, è spesso meta di giovani arrampicatori, poiché, non molto lontano dal centro, si può trovare una parete rocciosa con funzioni di “palestra”.

Una volta lasciati i bagagli nel B&B, decidemmo di incamminarci in Natura scegliendo un percorso “facile” suggerito dalla proloco.

Preventivamente scaricai il tracciato gpx, per la mia sicurezza e per quella dei mie compagni.

Il sentiero 609A lo ricordo ancora oggi come una pietra miliare della mia esperienza in montagna.

Già dal tratto iniziale, che dal paese si arrampica verso l’altissima torre, avevo intuito che il sentiero non poteva classificarsi come facile, visto che, seppur ben segnato, la pendenza era notevole.

Qui iniziarono le prime difficoltà.

Arrivati in cima a questo tratto, il sentiero sembrava proseguire in pianura seguendo una mulattiera. Nella guida infatti si parlava di: “L’antica mulattiera che a parte alcuni tratti franati non presenta elementi di difficoltà giunge alla Rocca di Monterivoso che sovrasta l’omonimo castello.”

Fiduciosi di ciò che si scriveva, proseguimmo sul sentiero segnato che entrava in un uliveto terrazzato.

Ben presto ci accorgemmo che i tratti franati non erano pochi, ma più del 70-80% e che l’efficientissima segnaletica bianco-rossa della prima parte di salita si sarebbe ben presto quasi completamente persa tra i tratti franati.

Il sentiero “sulla carta” non era né lungo né pendente, e questo ci dava fiducia, ma si andava a rilento: spesso perché eravamo costretti a improvvisare rischiosi cambi di percorso per evitare queste difficoltà.

Il sole calava in fretta e mi sentivo addosso non solo la stanchezza, ma anche la responsabilità verso il gruppo. Non potevamo tornare indietro anche se, sapevamo, che sarebbe stato molto impegnativo proseguire con rapidità.

Alcuni tratti erano franati, sì, ma altri erano pericolanti: alcune parti sotto al piano di camminamento erano completamente svuotate, forse dalle piogge, e non sarebbe bastato molto a farle venire giù.

Era ormai buio. Si vedeva in lontananza il paesino di arrivo, l’uliveto terminava ma, un ultimo ostacolo si poneva di fronte a noi: una distesa di una cinquantina di metri di alta vegetazione.

Benché l’indicazione del sentiero fosse completamente assente, avevo chiara quale fosse la direttrice per uscire da quell’incubo di fatica e responsabilità per me, e di panico per i miei compagni di viaggio.

Dovevo decidere in fretta, in autonomia, per me e per il gruppo. Dovevo essere risoluto.

Tirai fuori dal mio zaino un coltello, che avevo pensato di utilizzare come falcetto, e così feci… ma era buio, ero stanco… solcai il sentiero alla buona per quasi due terzi del percorso; eravamo vicinissimi all’uscita, riuscivamo quasi a vedere le prime abitazioni e la strada, quando il coltello mi sfuggì dalle mani e si impuntò tra il mio ginocchio e il mio polpaccio cadendo poi a terra… ero esausto, mancava poco, ma finii il tracciato.

Non sapevo però che il sangue sgorgava lento: in poco tempo aveva inzuppato tutto il calzino arrivando quasi alla scarpa. Me lo fece notare mia figlia che era con me, perché io non provavo dolore per quella ferita.

Ero stanco, nervoso, ma con lucidità posai lo zaino a terra e ne estrassi una piccolissima “borsetta di primo soccorso” con la speranza di trovare qualcosa di utile.

Ho fatto tanti corsi di primo soccorso, ma non mi era mai capitato di trovarmi in situazioni del genere e, per di più, costretto ad auto-medicarmi.

La borsetta era piccola, ma fortunatamente ricca: acqua fisiologica, garze, nastro telato e addirittura una confezione di strips.

Sciacquai la ferita – il flusso non si fermava perché era profonda – provai a chiudere con gli strips, ma l’area interessata era troppo estesa, così richiusi tutto tamponando con la garza e stringendo forte con il nastro telato.

Avevo bisogno di portare a casa il gruppo! Avevo bisogno di un medico!

Ci rincamminammo. Dovevamo fare in fretta se volevamo trovare almeno una farmacia aperta.

Mentre il sangue continuava lento a uscire agevolato dal movimento della camminata, sulla strada asfaltata ci aspettava un Cane: stava lì come un doganiere all’ingresso del centro abitato.

Più ci avvicinavamo, più si dimostrava nervoso: prima abbaiando, poi latrando, fino ad arrivare a ringhiarci contro…

Nelle condizioni in cui ero lo vidi come un mostro furioso – no! anche questo non può capitare proprio oggi! – pensai.

Lo fissai con tutta la rabbia che avevo, come quella di chi non ha nulla da perdere e mi feci scudo per quel gruppo, non dimenticando che era la mia famiglia. Ce lo lasciammo alle spalle e riuscimmo a passare.

Raggiungemmo in tempo la farmacia prima della chiusura. Qui si prese cura della mia ferita un medico: la ricordo ancora e la ringrazio!

Dopo tanto tempo mi torna il desiderio di inviare un messaggio a quel Cane, quasi a voler tradurre in parole quel mio sguardo di rabbia:

Caro mio,

stai commettendo un errore madornale,

stai smettendo di essere animale per iniziare a pensare come un umano, la più stupida delle razze.

Sappi che tutti passeranno e rimarremo solamente noi, io e te, in bilico tra Natura e Civiltà.

Ora la ferita è guarita ma la cicatrice poco sotto il ginocchio è ancora lì, visibile, a fare da monito: a indicarmi il sentiero della cautela, della prudenza e della ricerca della stabilità psicofisica in situazioni estreme.

Mi ritengo fortunato!

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