Progetto fotografico in 8 scatti raccolti in “Fotografia” Vol.21 – Collana fotografica, Dantebus Edizioni, ISBN: 9791257056636
Nel volume è presente una bellissima recensione all’opera che ho il piacere di condividere con voi integralmente.




«Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima.»
Casa Editrice Dantebus
(George Bernard Shaw)
L’ars fotografica di Roberto Quintiliani si configura come un attraversamento interiore che utilizza la Natura come dispositivo simbolico di autorivelazione. La sua formazione tecnica, radicata nella progettazione meccanica, sembra trasformarsi in un’architettura dello sguardo: ogni immagine è costruita con equilibrio, simmetria, progressione. Eppure, ciò che emerge è la tensione spirituale che trova nella materia naturale il proprio specchio. La fotografia è “metamorfosi”: abbandono dell’Io funzionale per assumere la postura dell’osservatore silenzioso.
Il progetto La segreta è dichiaratamente un’indagine sull’anima, di cui già il titolo suggerisce clausura, custodia, difesa. L’ingresso presidiato da una sedia – “sentinella silenziosa” – introduce il tema della soglia: ciò che è visibile e ciò che resta celato. Nel primo scatto, La vestale, la porticina quasi bloccata, sovrastata da erbe e natura, non è solo un passaggio fisico ma metafora di un accesso difficile al sé profondo. La natura che invade diventa tempo sedimentato, emozione non espressa, memoria che cresce incontrollata.
Con Solitudine il paesaggio autunnale, tra foglie e rami secchi, apre uno spazio di rarefazione emotiva. Il cielo azzurro in fondo, appena percepibile, suggerisce che l’isolamento non è totale ma attraversato da una possibilità. L’autunno, stagione di transizione, si carica di valenza psicologica: ciò che cade prepara a una trasformazione.
In Insicurezza, il quasi bianco e nero esaspera il contrasto tra luce e ombra; i tronchi che si allungano come ostacoli costruiscono un corridoio perturbante. Il passaggio “spettrale e nero” diventa il luogo del dubbio, della fragilità identitaria.
Segue Inquietudine, dove la nebbia e le presenze arboree scure generano una sospensione drammatica. La visione è opaca, il cammino incerto: l’immagine trattiene lo spettatore in una zona liminale.
La svolta avviene con Speranza: la nebbia si dirada, il cielo riemerge. Non si tratta di un cambiamento brusco, ma di una modulazione luministica che accompagna l’evoluzione emotiva. Roberto costruisce così un vero “viaggio ascensionale” che dal contingente conduce a una visione più ampia.
In Autostima, il sentiero che attraversa la vegetazione diventa figurazione esplicita di un passaggio consapevole: non più ostacolo ma direzione. L’ombra non scompare, ma viene integrata.
Serenità introduce l’elemento acquatico: due pali emergono dall’acqua immobile, con montagne lontane e cielo riflesso. L’acqua, specchio e profondità, suggerisce pacificazione. Qui si avverte una prossimità con Franco Fontana, soprattutto nell’uso della semplificazione compositiva e nella ricerca di un equilibrio cromatico che trascende il dato reale per diventare stato d’animo. La serenità non è descritta, è costruita attraverso linee, orizzonti, riflessi.
Infine, in Contemplazione, un albero in controluce, la sagoma di un edificio, il cielo che si apre in un dialogo tra chiaro e scuro. L’immagine assume una dimensione quasi metafisica. Non c’è più conflitto, ma sosta. In questo approdo si può richiamare la celebre frase di Henri Cartier-Bresson: Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore. Roberto sembra aver allineato questi tre elementi, trasformando il paesaggio in confessione silenziosa. La forza del progetto risiede nella coerenza del cammino.
Roberto non fotografa per documentare, ma per attraversare sé stesso. Ogni immagine è una soglia, ogni soglia un grado di consapevolezza. La “segreta” non è più prigione, ma luogo di rivelazione. E la fotografia diventa così non soltanto sguardo sul mondo, ma pratica di conoscenza, esercizio di verità interiore, silenziosa ascesi visiva.